Società vs Creatività

“Impegnati e studia, lavora duro e insegna ai tuoi figli a fare lo stesso: questo ti dice di fare la società di oggi.”

http://video.corriere.it/ecco-come-societa-moderna-ha-distrutto-tua-creativita-lezione-7-minuti-corto-stile-pixar/0f8b5990-1aa0-11e7-953e-ab8f663f73c7

Il pluripremiato cortometraggio animato “Alike” dei due registi di Madrid, Daniel Martínez Lara e Rafa Cano Méndez, tocca un nervo scoperto della società in cui viviamo. Vuole incoraggiare le persone a guardare le cose in modo diverso, a pensare, a non accontentarsi. I protagonisti del corto – di circa 7 minuti – sono un padre e un figlio che vivono in un mondo monotono, in una quotidianità che soffoca l’immaginazione e la creatività. “Alike è dedicato alle nostre famiglie, affinché ci aiutino a non perdere il nostro colore” dicono i due registi.

-Corriere della Sera

Forse questo post non c’entra pienamente con il tema del mio blog, ma il cortometraggio che ho condiviso mi ha colpito particolarmente e mi sembrava quindi giusto condividerlo nonostante affrontasse tematiche diverse.

Il fabbricante di sogni

Da molti anni non mi chiedo più

Quale posto è la mia casa

E ho scoperto che la mia casa

È insieme a me dovunque vada

Cammino senza legami

Ho solo il vento che mi insegue

E il tempo non mi riguarda

Perché il tempo mi appartiene.

(Modena City Ramblers, il fabbricante di sogni)

La mia etica

Vorrei iniziare questo articolo partendo dal presupposto che non avrei mai scritto nulla su questo argomento se non mi fosse stato chiesto ripetutamente di farlo. Questo perché, nonostante l’abbia studiato tra i pensieri di molti filosofi, il concetto di “etica” non mi è ancora del tutto chiaro, e alla richiesta “scrivete un articolo sulla vostra etica” devo ammettere che mi sono sentita spiazzata e assolutamente priva di pensieri da condividere a riguardo.

Leggendo la definizione proposta dal dizionario e riflettendo su quello che ho studiato riguardo all’etica di alcuni filosofi credo che parlare della propria etica significhi riflettere su come noi stessi mettiamo in atto quei principi che guidano il nostro comportamento e che ci aiutano a distinguere comportamenti corretti, buoni, giusti, da altri falsi e ingiusti.

Ovviamente è difficile giudicare un certo comportamento, dire se sia giusto o sbagliato ciò che fa una persona senza che si conosca a fondo o si capiscano le ragioni profonde per cui una persona agisce in un certo modo, ma riflettere sulla propria etica vuol dire anche questo: capire se prima di tutto il nostro comportamento corrisponde a quello che secondo noi è un comportamento giusto e buono, cercando di capire prima il nostro che quello degli altri.

Io sono una persona piuttosto timida, non mi apro con gli altri se non dopo aver raggiunto un profondo rapporto di confidenza con loro (per esempio ho iniziato a mostrare la vera me solo in questi ultimi anni con amici che conosco dalle elementari, se non dall’asilo). Non mi sento quasi mai apprezzata dagli altri e troppo spesso mi sento giudicata, anche se molte volte è solo una mia impressione, frutto della mia insicurezza. Tutto questo ha fatto in modo che, almeno fino a poco tempo fa, io mi tirassi indietro da esperienze che avrei, con un po’ più di coraggio e fiducia in me stessa, affrontato senza problemi e da cui sarei uscita sicuramente arricchita e moralmente cresciuta.

Ciò che mi impediva di “buttarmi” in queste esperienze era l’indecisione, la paura  di pentirmi della scelta che avrei preso. Pensavo troppo alla decisione che avrei dovuto prendere, a quale scelta sarebbe stata meglio per me. Ma pensavo a tutto questo soprattutto basandomi su quello che gli altri avrebbero pensato di me se avessi preso una determinata scelta, ed è qui che ho sempre sbagliato.

Quando finalmente mi sono resa conto che alla fine tutto quello che mi rimaneva era il rimorso di non aver mai preso scelte che mi accontentassero veramente, ho capito che quello che dovevo fare era smettere di pensare ” e se poi…? ” o “ma se faccio così poi succede che…” e fare quello che mi veniva proposto senza pensare troppo alle conseguenze. Farlo e basta. Dire di sì subito. Smettere di dire “vedremo” o “ci penso, ti faccio sapere..”, ma iniziare a dire solo SI, lo faccio. E’ questo che, almeno per la mia personalità, ritengo un comportamento giusto e un modo adeguato di affrontare la vita e le possibilità che mi vengono offerte.

Credo che attualmente la mia etica potrebbe essere perfettamente riassunta da un verso di una canzone che ho conosciuto durante un campo di volontariato (Canzone di Luciano):

“Che non debba mai dir di no, ma sempre un si con un sorriso sulle labbra”.

Ci sto ancora lavorando, ma  mi pongo questo obiettivo all’inizio di ogni anno da quasi 2 anni e credo di potermi ritenere fiera di quanto io creda in questo.

Giro del mondo in bici dal 2009: intervista a Aitor e Evelin di Cyclotherapy

Aitor e Evelin, basco lui, bolzanina lei, sono due grandi cicloviaggiatori e stanno pedalando nel loro giro del mondo in bici dal 2009. Sono stati intervistati mentre si trovano a San Martin de los Andes in Argentina per qualche giorno di riposo, pronti a riprendere la loro marcia verso la “Fin del Mundo” .

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Di seguito ecco riportata parte dell’intervista ai due viaggiatori (fonte: http://www.lifeintravel.it ):

  • Siete due grandi cicloviaggiatori… ci raccontate un po’ la vostra storia fino ad oggi?

Siamo un basco-catalano e una bolzanina che si sono conosciuti in Cambogia, innamorati in Indonesia e han cominciato a pedalare insieme in Australia. Entrambi, prima di conoscerci, avevamo lasciato quella che é considerata la “vita normale” per provare ad inseguire i nostri sogni.
Per me (Aitor) il sogno era di fare un viaggio lungo, e soprattutto in bicicletta. Teoricamente avevo tutto nella vita: un buon lavoro, un appartamento, una compagna, ma nonostante tutto mi mancava qualcosa. Dopo tanti dubbi e anche paure, alla fine nel febbraio del 2009 sono partito con il mio amico Iñigo dal Cairo, in Egitto. Insieme, in 14 mesi, siamo arrivati fino a Bangkok, dopo aver attraversato il Medio Oriente, l’Asia Centrale (lungo la mitica via della seta e le spettacolari catene montuose del Pamir, del Karakorum e dell´Himalaya) ed il Sudest Asiatico. Iñigo si considerava soddisfatto ed é tornato a casa, mentre io sognavo di arrivare ancora piú lontano. Da Bangkok ho pedalato per un altro anno da solo, attraversando Thailandia, Malesia, Indonesia, Nuova Zelanda e parte d’Australia (da Melbourne a Darwin).

In Cambogia, in uno sperduto paesino chiamato Kratie, ho conosciuto Evelin, che si era fermata lí per andare a caccia fotografica dei rari delfini di Irrawaddy. Anche lei, nel 2007 aveva lasciato il suo “lavoro perfetto” nella pubblica amministrazione per andare a vivere due anni in Australia a lavorare, viaggiare e fare volontariato con gli animali, la sua grande passione grazie alla quale in realtá ci siamo conosciuti. Dopo esserci rivisti in vari paesi (io sempre in bici e lei in autobus…), alla fine le ho chiesto di viaggiare in bici con me e lei, nonostante la totale inesperienza, ha deciso di provarci. Insieme abbiamo percorso la costa occidentale australiana (da Darwin a Albany), il Vietnam, la Cina e il Tibet Orientale, la Mongolia, la Corea del Sud e il Giappone.

Volati ad Anchorage, Alaska, siamo partiti in direzione Ushuaia, la fine del mondo,che ora sta a meno di 3000 km da noi. In tutto, sono giá più di 74.000 km pedalati.

  • Il blog dove raccontate il vostro viaggio si chiama Cyclotherapy… da dove nasce questo nome?

Ci sembrava il nome perfetto perché il nostro viaggio voleva essere proprio una “terapia” a due ruote contro la routine che avevamo nella “vita normale”, per tornare a sentirci di nuovo veramente vivi e felici.

  • Qual è stato finora l’episodio più divertente del viaggio?

I momenti divertenti sono stati tanti, ma ora ci viene in mente quando in Nuova Zelanda siamo andati al negozio della ditta basca di biciclette Orbea, dove avevamo un appuntamento per fare delle riparazioni alla bici. Io (Aitor) ero vestito con roba vecchissima, dall’aspetto un po’ trasandato, ma quando ho detto che ero Aitor Galdos mi hanno fatto un sorrisone e si sono dimostrati tutti estremamente onorati di avermi nel loro negozio. Hanno preso un poster della squadra basca Euskaltel-Euskadi chiedendomi di autografarlo, pensando che fossi il corridore professionista del team, anche lui di nome Aitor Galdos…

Ancora oggi mi domando come potessero pensare che un ciclista professionista potesse presentarsi nel loro negozio ridotto come ero io, per sistemare una bici ridotta ancora peggio. Io comunque il poster l’ho firmato e non ho detto niente… é stato un momento davvero surreale.

  • E il momento più difficile?

I momenti difficili in bici possono essere tanti, dal freddo intenso al calore opprimente, alla neve, alla sabbia, alla pioggia, al fango, al vento contro talmente furioso che ti fa avanzare a 5 km orari nonostante sia pianura, alla pesantezza della burocrazia per i visti.
Ma per noi, sinceramente, il momento piú difficile é stato qualcosa di molto piú personale, quando in Colombia ci é arrivata la notizia terribile che mio papá (Evelin) era gravemente ammalato. Siamo tornati a casa immediatamente e purtroppo dopo poco tempo é deceduto. Un’esperienza durissima che tocca tutti prima o poi, e che ci ha fatto riflettere ancora di piú sulla vita.

  • Dopo tanto tempo in viaggio non vi manca una vita “normale”?

In alcuni momenti il corpo e la mente si stancano e ci sono anche dei cali di motivazione. In questi casi, fermarsi per un po’, staccarsi dalla bicicletta e cercare un po’ di comfort continuativo é una necessitá per ricaricare le batterie e ritrovare l´entusiasmo iniziale per viaggiare.
Peró sinceramente, la “vita normale”, quella del lavoro fisso, il mutuo, eccetera, non ci manca per niente.

  • Tre motivi per cui chi legge questa intervista non dovrebbe solo invidiarvi ma anche prendere la bici e partire?

Nessuno dovrebbe invidiarci perché viaggiare cosí é una cosa che puó fare chiunque.
Se a qualcuno dei lettori manca solo una piccola spinta per partire, queste potrebbero essere delle motivazioni:
– Viaggiare in bicicletta é viaggiare piano piano, alla velocitá perfetta per vedere e sentire tutto ció che ti scorre davanti lungo il tuo percorso, conoscendo tanti posti dove non si ferma quasi nessuno.
– Non c´é niente di piú meraviglioso della libertá che ti dá la bici e niente di piú soddisfacente che raggiungere una meta solamente con le proprie forze e in un modo molto economico che ti permette di viaggiare a lungo.
– Conoscere i diversi usi e costumi della gente per noi é la parte piú bella del viaggio. Il contatto con la gente é costante e sincero, perché le persone sono molto piú aperte con noi e curiose quando ci vedono arrivare in bicicletta, e questo regala esperienze uniche e indimenticabili.

  • Un epilogo…

Noi pensiamo che nella vita uno deve fare quello che lo rende felice, e non quello che gli altri si aspettano che faccia. La ricerca della felicitá, e non le cose materiali, dovrebbe essere l’obiettivo principale delle nostre vite. Perció noi crediamo nei sogni e nel fatto che tutti dovrebbero cercare di renderli realtá, senza dimenticare che il presente é piú importante del futuro.

Alcune foto dei loro viaggi:

Leggere in metropolitana. Le biblioteche sotterranee

Ideata dal comune della città di Madrid, questa iniziativa punta a promuovere la lettura. Ogni biblioteca è lunga 8 metri e larga 2, e ogni lettore può prendere in prestito un libro per una durata massima di 15 giorni.
Leggere in metropolitana non è certo una novità. Ma, grazie alle biblioteche sotterranee introdotte a Madrid, adesso è ancora più semplice. Al momento sono 12 le stazioni della metropolitana della capitale spagnola dove si possono trovare queste mini biblioteche, dove i pendolari si recano per prendere in prestito per saggi e romanzi. Ma in futuro non è escluso che ne possano nascere altre.

Non sarebbe bello se queste iniziative prendessero piede anche da noi in Italia? Dopotutto, a chi non piace leggere in metropolitana o in treno, magari sbirciando di tanto in tanto quello che sta leggendo il nostro vicino?

Da: http://literarycafe.altervista.org

Come scrivere un diario di viaggio

Intraprendere un viaggio non è solo un modo per fuggire dalla realtà quotidiana e godersi un periodo di relax, ma anche l’occasione per vivere un’esperienza indimenticabile.

Un modo per far sì che il ricordo non si perda è quello di trasformarlo in un diario, che riporti le esperienze vissute e le emozioni ad esse collegate.

L’idea del diario di viaggio in genere scaturisce dalla voglia di non lasciare che sia solo il ricordo a riportare le esperienze. Se da un lato la fotografia è probabilmente lo strumento più immediato per fissare i ricordi, dall’altro, mettere nero su bianco un’esperienza vissuta è qualcosa di diverso, che può dare un valore aggiuntivo al viaggio, soprattutto se si ha avuto la possibilità di visitare un luogo lontano dove non si prevede di tornare, per lo meno non a breve termine.

Tenere un diario di viaggio è un ottimo modo per conservare quei ricordi e, allo stesso tempo, condividerli con gli amici.
Il diario di viaggio ha lo scopo di raccontare sinteticamente i momenti più caratteristici di un viaggio, facendo rivivere a chi lo legge le sensazioni vissute e immaginare i luoghi anche a coloro che non li hanno mai visitati.

Per scrivere un buon diario di viaggio non è necessario raccontare gli spostamenti effettuati giorno per giorno: può bastare infatti descrivere le impressioni personali riguardo ai luoghi visitati, le immagini che sono rimaste impresse nella nostra mente e le emozioni assaporate, usi e costumi dei locali, la bellezza del paesaggio, cibi e bevande.
Si può scegliere di raccontare un viaggio nella maniera più oggettiva possibile, per testimoniare ciò che il viaggio ci ha fatto incontrare, oppure si può optare per un taglio più personale, dove a fare da protagonista sono le emozioni provate.

Di seguito qualche consiglio per scrivere un diario di viaggio!

1. Andare oltre la semplice descrizione

Se si prevede di utilizzare in qualche modo il diario di viaggio dopo il rientro a casa, occorre che esso sia utile: per alcuni potrebbe infatti essere il punto di partenza per progetti professionali o di scrittura creativa, per altri un modo per stimolare il ricordo del viaggio e delle emozioni che esso ha comportato.
Ecco perché il diario di viaggio deve andare al di là della semplice descrizione: dal momento che con ogni probabilità ci si ricorderà di aver visitato monumenti o attrazioni particolari anche a distanza di anni, quello che è importante mettere nero su bianco è il racconto di un’esperienza, con tutte le sue sfumature a livello emotivo.

2. La preparazione

Il primo passo è quello di schematizzare il viaggio, delineando tutti i passaggi e le tappe, inclusi voli, spostamenti via terra, luoghi visitati ecc. In questo modo si potrà usufruire di un comodo schema da arricchire nel corso del viaggio, appuntando sensazioni e descrizioni.
Un consiglio potrebbe essere quello di utilizzare un’agenda, con il vantaggio di avere una suddivisione in giorni già pronta.

3. Approfittare dei momenti di calma

Se si tratta di un viaggio dai ritmi elevati, in cui è difficile prendere appunti in tempo reale, la cosa migliore è riservare la scrittura ai momenti tranquilli, ad esempio quando si è nella camera dell’hotel a fine giornata, oppure approfittare di tutti quei tempi morti come le attese per i mezzi di trasporto o gli spostamenti.

4. Conservare brochure e biglietti 

Ogni volta che si visita un’attrazione o ci si sposta con un mezzo di trasporto, potrebbe essere utile conservare le matrici dei biglietti, così come eventuali brochure che capita di raccogliere nel corso del viaggio. Tutti questi elementi sono pezzi importanti dell’esperienza vissuta, che contengono inoltre informazioni preziose e utili per scrivere il proprio diario.

5. Fingere di scrivere per qualcun’altro 

Alcune persone non mostrano mai i loro scritti, talvolta nemmeno agli amici più stretti. Tuttavia, quando si scrive esclusivamente per se stessi, si tende a diventare scrittori pigri. Non sempre ci si sforza di cercare la parola giusta in quanto si dà per scontato di sapere ciò che si intende dire.
Al contrario, per scrivere un buon diario di viaggio, occorre provare a pensare di star scrivendo per gli altri, in modo da rendere il racconto più dinamico ed interessante. Indipendentemente dai lettori eventuali del diario, quando lo si rileggerà a distanza di anni, la lettura sarà assai più piacevole.